Tommaso Cotellessa incontra Guccini
Provincia: L'Aquila

"Mi affascina il mistero delle vite che si dipanano lungo la scacchiera"… è solo con questa frase che posso iniziare questo breve racconto.

Questa foto risale all’agosto di 11 anni fa, quando una mattina convinsi mio padre e i miei fratelli a metterci in viaggio per San Benedetto del Tronto dove Francesco Guccini presentava uno dei suoi libri dedicato alla memoria dei suoi giochi di bambino.

Nonostante lo spirito gucciniano che pervade la mia famiglia da sempre, non fu facile convincere mio padre e miei fratelli.

La mia testardaggine ebbe però la meglio. 

All’ultimo, dopo parecchie peripezie, ci mettemmo in viaggio. 
Prima di salire in macchina rubai la maglietta, contesa fra le mie sorelle, con su la scritta “Ma io sono fiero del mio sognare di questo eterno mio incespicare”.

Arrivati sul posto il Maestrone arrivò vestito di stracci e stranezza, come uno qualunque. 

Ero febbricitante. 

Immaginavo sin da bambino quell’ incontro, da quando all’età di quattro anni cantavo a memoria Cyrano mimando il movimento della mano sulla chitarra e quella sua “r” arrotata che mi faceva sentire grande. 

Me lo sono ritrovato lì davanti. Quella voce sentita da sempre prese corpo. 

Ci avvicinammo con timore ed entusiasmo. 
Lui si dimostrò come uno di casa, con la semplicità di chi ha sempre attraversando le stanze della mia vita quotidiana. 
Lui c’era quando sentivo mia madre cantare e quando in casa leggendo il giornale ho veduto mio padre fumare. 
C’era nei pomeriggi passati cercando affiatamento, era nei miei giorni e nei miei pensieri.

Durante la presentazione allora, al momento delle domande presi coraggio e alzai la mano. 

Gli dissi che avevo ascoltato la sua voce più di qualunque altra, più di quella di mia madre e mio padre. 
Lui fece il sorriso imbarazzato di chi sente la responsabilità delle sue canzoni e poi parlammo di un brano poco conosciuto: “Non bisognerebbe”. 

In quel testo Guccini aveva scritto che “non bisognerebbe mai ritornare, perché calcare i tuoi vecchi passi, calciare gli stessi sassi di strade che ti han visto già a occhi bassi”.

E allora gli chiesi cosa lo avesse spinto, a distanza di anni dall’uscita di quel brano, a cominciare a scrivere testi dedicati al suo passato alla sua memoria di bambino. 
Francesco mi spiegò sapientemente la differenza fra un libro e una canzone: se una canzone nasce da u"na penna e un foglio così fragili fra le dita", un libro è invece frutto di un impegno che dura a lungo. 
La canzone nasce da un momento, il libro da uno studio.

Per me quell’incontro fu straordinario. 

Quand’io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo Francesco era già vecchio ma nel ricordare quello scambio di sguardi, quel contatto rapido con un personaggio così presente nella mia vita posso dire che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio.

E allora di certo non è un caso che fra quelle sedie in quel 19 agosto del 2015, fra le decine di persone presenti in quel teatro c’era seduta anche un’altra ragazzina, giovane come me, che quella mattina si era alzata per ascoltare Francesco. 

Già perché quel giorno c’era anche Beatrice, che oggi è la mia compagna di vita. 

L’avremmo scoperto anni dopo ma il nostro primo incontro, inconsapevole e per questo ancora più prezioso, avvenne proprio sotto l’egida del Maestrone.

Ed è lui che in questi anni, quando non riuscivo a parlarle, mi ha aiutato a parlarle con i versi.

Proprio come da bambino urlavo assieme al suo Cyrano. 

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