Il mangiadischi era arancione, il 45 giri tutto graffiato.
La canzone aveva un titolo impronunciabile e uno strano testo che cominciava dicendo “Son morto”.
Non capivo: se era morto, come faceva a cantare?
Avevo forse 5 anni e non avevo mai sentito parlare di Auschwitz e neanche di Guccini (la voce del resto era quella di Maurizio Vandelli); ma intuivo che qualcosa di oscuro e terribile dovesse essere successo al piccolo protagonista passato per il camino.
L’immagine del bambino che vola nel vento in mezzo ai fiocchi di neve, guarda giù e vede tuonare il cannone, e non riesce a sorridere, è rimasta con me e nei miei sogni per anni, finché (grazie anche a una scuola che la storia ancora ce la insegnava) ho scoperto cos’era Auschwitz, con quell’esplosione emotiva che accompagna le grandi rivelazioni, e ho voluto riascoltare la misteriosa canzone che mi aveva turbato da piccola, comprendendone finalmente la tragedia e la poesia.
Così ho conosciuto Guccini, anzi allora solo Francesco, che fumava sulla copertina di Folk Beat n° 1.
Grazie a lui ho capito che i morti possono parlare.
E grazie a lui il bambino nel vento ha parlato con me.