Monica Messa incontra Guccini
Provincia: Bari

Mi chiedono del mio primo incontro con Guccini. 
Ma io non ho fotografie da mostrare, né aneddoti da buttare lì per far figura, di quelli che comincia col dire «quella volta che abbiamo cenato insieme tra le colline».

Non l’ho mai davvero incontrato, Guccini, o per lo meno non ci ho mai fatto un discorso vero. 

E forse è andata bene così. 

Ci scambiai due parole al volo a Melpignano, alla presentazione di un suo libro, e anni prima lo intravidi di sfuggita a fine concerto: era un 2007 ghiacciato, dentro uno stadio semivuoto che sembrava un catino di nebbia. 

Ma no, non sono questi gli incontri che contano. 

Il mio vero battesimo avvenne nell’ottobre del 1988. 

Un amico mi mise in mano una musicassetta, di quelle con il nastro che ogni tanto s'impigliava nella testina del mangianastri. Sopra c’era incisa Autogrill. «...il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere / che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...» 

Bastò quel verso per farmi cadere la testa all'indietro. 

Non era solo una canzone: era la descrizione esatta di una solitudine sospesa, di quell'esitazione prima di fare un passo verso qualcuno. 

La metrica di Guccini aveva quell'incedere lento, una prosodia larga come il respiro di chi parla senza fretta, infilando alessandrini e decasillabi con la naturalezza di un racconto da osteria, eppure capace di tagliare l'aria come una lama fredda. 

L’anno dopo, nel 1989, arrivò a Bari. 

Il PalaFlorio — gremito di fumo e gioventù di quella stagione — tremava. 

Salì sul palco con la solita chitarra a tracolla e quell'aria di chi si trova lì quasi per caso, cominciando a sferzare il pubblico con un'ironia ruvida e complice. 

Lì persi del tutto la testa. 

Guccini è dentro le mie ossa, fa parte di come sono cresciuta, di quello che ho scritto e di ciò che ho cercato di trattenere negli anni. 
Non ho sempre condiviso i suoi passi, specialmente negli ultimi tempi, ma non è mai stata una faccenda di incoerenza. 

Piuttosto, invecchiando, ha smesso di essere prudente. 
Certe sue uscite recenti sull'Occidente, sulla Russia, persino sul riarmo, le ha pronunciate con quel garbo un po' felpato, un po' democristiano, che dissimula la spinta profonda. 

Ma d'altronde Francesco non è mai stato soltanto quello de La Locomotiva. «...e la locomotiva sembrava fosse un mostro strano / che l'uomo dominava con la mano...». 

Quello era il mito di un treno scambiato per il riscatto degli ultimi, ma apparteneva a un’altra epoca, a un altro secolo che ci siamo lasciati alle spalle. 

Per tanto tempo mi sono chiesta se dovessi andare a cercarlo. 

Pavana, in fondo, per noi è sempre stata una Mecca silenziosa, un pellegrinaggio laico lungo il fiume Limentra. 

Restavo sempre sospesa sul filo: da un lato la tentazione viscerale di scambiare due parole, dall'altro il terrore quasi sacro di rovinare l'incanto, la paura di trovarmi davanti a un'ombra stanca e restare delusa. 

Poi, qualche anno fa, quando lui era già grande e il tempo cominciava a farsi pesante, ci sono andata davvero. 

In macchina avevo sistemato un fiasco di Primitivo fatto in casa, di quello stretto e forte che sa di terra nostra. 

Arrivai davanti al cancello verde, nel silenzio sospeso di Pavana. 
Allungai la mano, rimasi con il dito a un millimetro dal citofono per un tempo che mi parve infinito. 

Poi mi guardai le dita e mi chiesi: ma che cosa sto facendo? 
Ho tirato indietro il braccio. 
Ho stappato la bottiglia lì sul ciglio della strada, ho mandato giù un sorso lungo di quel vino denso e sono risalita in macchina. 

Non si dovrebbe dire, ma quel Primitivo a casa non ci è mai arrivato: l'ho bevuto tutto lungo la strada di ritorno, un sorso dopo l'altro, lasciando intatta e intoccata soltanto l'immagine di lui. 

Monica Messa 
www.monicamessa.it

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