Il mio primo incontro con Francesco Guccini coincide con la scoperta dell’album “Radici”.
Ero al liceo, quindi fra il 1976 e il 1981.
Frequentare un liceo milanese in quegli anni significava confrontarsi ogni giorno con i fermenti politici dell’epoca, fra manifestazioni, picchetti e assemblee generali. Per questo l’impegno politico e sociale era un po’ “l’imperativo categorico” per noi giovani di allora.
Impegno che pensavo dovesse riflettersi anche nella musica (ad esempio, ascoltavo le canzoni di Riccardo Cocciante ma me ne vergognavo: parlavano solo d’amore!).
La scoperta di Guccini e di "Radici" ha significato per me ritrovare l’importanza della poesia, della riflessione sui grandi interrogativi della vita (“Radici”, “Canzone della bambina portoghese”), sul senso della nostra esistenza (“Incontro”), pur a fianco dell’esigenza di giustizia (“La locomotiva”, “Il vecchio e il bambino”, con il suo poetico racconto ecologista).
Da lì ho iniziato a seguire Guccini, le cui canzoni, anche le più recenti, continuano a emozionarmi.