“Nella primavera del 2012 sarei stato tutto preso a organizzare la grande Festa delle tre decadi, perché se io compivo cinquant’anni, il mio migliore amico Gianpaolo ne compiva quaranta, e mio figlio Diego trenta.
Ognuno dei tre festeggiati, si era deciso, doveva scegliersi una canzone che lo rappresentasse per il momento del taglio della torta.
Quando toccò a me scelsi Cirano.
Non potevo non scegliere Guccini.
Fino al momento del suo ritiro, ai suoi concerti il pubblico è aumentato di anno in anno, perché ai nostalgici che andavano a partecipare a una forma di rito periodico si aggiungevano ogni volta gruppi di nuovi ragazzetti, che cantavano a memoria i suoi testi insieme ai loro padri e ormai anche ai loro nonni.
Si cominciava con Canzone per un’amica, che scalda la voce (lo ha detto lui), e si finiva con il rito della
Locomotiva, dove quella «grande forza che spiegava allora le sue ali» rappresentava l’inno di tutti i gucciniani, perché in fondo quell’anarchico che correva contro il treno altri non era che lui, il grande cantore della generazione anni Settanta, che aveva ancora voglia di parlare ai ventenni degli anni Duemila, senza saccenteria e infingimenti.
E il pubblico lo capiva, perché non si travestiva da giovane né da finto papà, perché lui, come cantava in Eskimo, «con le tette al vento ci girava già venti anni fa».
E così all’arrivo della grande torta il DJ mise a tutto volume: «Le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali, tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti”.
Il mio primo incontro con Guccini era stato quando era uscito l’LP “Stanze di vita quotidiana” che acquistai alla Dimar di Riccione perché consigliatomi da un amico del mare di cui non ricordo piu il nome.
Confesso che al primo ascolto mi sembrò un po' noioso, ero abituato al rock inglese, ma pian piano quel suo modo di cantare raccontando storie mi conquistò e il resto lo fece la pubblicazione del successivo “Via Paolo Fabbri 43” un disco di cui consumai letteralmente i solchi sul mio giradischi di allora che ancora non era “wi fi con la moquette” per citare Eskimo.
Confesso che al primo ascolto mi sembrò un po' noioso, ero abituato al rock inglese, ma pian piano quel suo modo di cantare raccontando storie mi conquistò e il resto lo fece la pubblicazione del successivo “Via Paolo Fabbri 43” un disco di cui consumai letteralmente i solchi sul mio giradischi di allora che ancora non era “wi fi con la moquette” per citare Eskimo.
1Da Gli Sfiorati, Bietti editore, 2019