Il mio primo incontro con Francesco Guccini è stato attraverso amici comuni…i Nomadi.
Mi ricordo, da bambino, i viaggi in auto per raggiungere il mare durante l’estate.
I viaggi erano lunghi, perché da Torino si andava fino ad Orbetello, e le macchine di 30 anni fa non erano né veloci né comode come quelle di oggi.
Ricordo che la nostra compilation per il viaggio era composta da Pino Daniele, Antonello Venditti e i Nomadi.
Questi tre artisti erano immancabili.
Le audiocassette venivano spremute durante quelle interminabili ore di viaggio.
Alla fine del viaggio, quando le tiravi fuori dallo stereo sembravano quasi avere un aspetto stanco e sfatto, se le ricordate, coi due fori che sembrano occhi e la parte sotto che sembra quasi una bocca corrucciata.
Ma tornado alla musica, ricordo un’estate, questa “nuova” cassetta dei Nomadi, che mio padre aveva reperito da qualche suo amico.
Dopo i primi bit del primo brano, dissi a mio padre che non erano i Nomadi, anche se la voce sembrava proprio quella di Augusto.
Lui mi disse che erano i Nomadi che cantano Guccini.
A dieci anni e negli anni ’90 non sai cosa significhi “I Nomadi cantano Guccini”, e quindi chiesi a mio padre cosa significasse.
Allora lui mi spiegò che le canzoni erano di Guccini me erano suonate dai Nomadi.
Poi arrivarono i brani suonati assieme. “Dio è morto”, “Noi non ci saremo” “Auschwitz” ecc.. ecc…
Quella voce grossa con la “R” moscia mi incuriosiva, aveva una metrica, che allora non sapevo cosa fosse, che ti teneva bloccato ad ascoltare le sue parole, che non erano le classiche parole delle canzoni, ma più versi di una poesia, vera, diretta, anche cruda.
Allora dopo quell’incontro approfondì la conoscenza e negli anni lo vidi anche in tv.
Da “Radio freccia”, dove interpretava un barista burbero, o più di recente con Pieraccioni in “Ti amo in tutte le lingue del mondo” dove era il preside di un istituto superiore.
Poi vennero gli amici, quelli con qualche anno in più, che andavano ai suoi concerti e lo ascoltavano in auto.
Insomma, una presenza costante ma mai fastidiosa.
Ecco, una cosa me la sono sempre chiesta…ma Guccini nella sua vita era il burbero barista, l’austero preside o la persona quasi schiva che si nascondeva dietro un bicchiere di vino?