Francesco Guccini è sempre stato presente nella mia vita, sin da quando ero nella pancia di mia madre.
La collezione di vinili e CD dei miei genitori è sempre stata molto allettante, sin da quando ero bambina: Queen, Pink Floyd, Genesis, Elton John, Marillion, I Nomadi e Guccini, appunto, solo per citarne alcuni.
Ho sempre amato “Earthrise”, una compilation di artisti a scopo benefico: “Cacchinmanais” (storpiatura di, al secolo, "Can't keep my eyes" in “Learning to Fly”) è ancora oggi una delle mie canzoni preferite.
La ascoltavo in loop, senza sosta.
Poi qualcosa è cambiato.
Ho incontrato Francesco Guccini — con consapevolezza, intendo — nel novembre 1996, quando è uscito “D'amore di morte e di altre sciocchezze”.
Ricordo ancora che la prima volta ero in macchina con mia madre e che, ascoltando “Cirano”, ho avuto un sacco di domande per la testa (allora avevo 7 anni); ma ricordo distintamente le due più insistenti:
- Perché una canzone parla della zia Rossana?
- E perché vuole parlarle coi versi?
Ovviamente pensavo ai versi degli animali e, da fiera bimba cresciuta in campagna, credevo fosse un po' matto uno che si presentava a una donna per dirle che era bella muggendo o ragliando (chissà perché poi ho associato proprio questi due animali, mah).
Fu proprio questa seconda domanda quella che rivolsi a mia madre, che dovette accostare per smettere di ridere; risi anch'io, ma un po' mi infastidiva la situazione.
Quasi come se lo avesse capito, mia mamma sorridendo mi disse che voleva dire che lui le avrebbe detto alcune cose usando la poesia.
Non essendo ancora convinta, decisi di fare una delle cose che mi viene meglio: impuntarmi fino a capire cosa volesse dire.
Credo che quello sia stato il mio primo vero incontro con Lui e con un intero disco del Maestrone e penso che, per quanto belli, nessuno degli altri abbia lasciato una traccia (o forse un solco) così profondo in me.
Nell’esposizione di dischi sulla mensola a casa, quello mancante era sempre quello.
Non trovandolo, non si poteva avere dubbi su chi lo stesse ascoltando o lo stesse custodendo quasi fosse un amico prezioso.
Sui miei diari del liceo, in prima pagina, c’era sempre: “Sono testarda, idealista e ascolto Guccini: morirò con il mal di stomaco”.
Ancora oggi, non potrei mai immaginare un modo migliore di vivere.
Lo stesso che portavo e che porto con me ovunque vada, mentre lui era con me: al suo concerto con i miei a Treviglio (forse il più emozionante della mia vita), a Bologna, a Pavana, ad incontrarlo a presentazioni di libri e di dischi, e nel resto del mondo.
Simile, affine, amico, confidente senza mai giudizio di pensieri ancora embrionali e intimi — quante cose mi passavano nella mente che avrei voluto dirgli, ma il coraggio mancava sempre e vinceva la goffaggine.
Mi sentivo sempre piccola e inadatta davanti a un gigante come lui, che della vita aveva capito tante cose, mentre io arrancavo e cercavo risposte non sempre con risultati soddisfacenti.
Poi, ogni volta che lo avrei dovuto incontrare, in testa avevo pronto un discorso meraviglioso, struggente, sensato e sagace ma, appena incrociato il suo sguardo, in gola rimaneva solo il silenzio (e un larsen dentro la scatola cranica).
Fra gli altri, quanto avrei voluto dirgli che la pelle d’oca che mi suscita “Cirano” è qualcosa che non ho mai provato con nient’altro, neppure con chi mi ha fatto battere il cuore come un tamburo.
Quanto avrei voluto dirgli di quelle volte che le domeniche pomeriggio si andava in macchina quasi gridando, più che cantando, "Eskimo".
Quanto avrei voluto parlargli degli amici che mi hanno accompagnata cercando un pezzo di lui nel mondo e con i quali ho condiviso un pezzo del mio.
Quanto avrei voluto parlargli dell’esame di letteratura italiana in cui ho presentato al Professore un reclamo, perché una vera antologia di poesia non si può dire tale senza le canzoni di Francesco Guccini.
Quanto avrei voluto dirgli di tutte quelle notti e di quelle giornate in cui mi ha fatto compagnia, sapendo esattamente cosa dire e anticipando i miei pensieri, anche quando ero troppo boriosa o sciocca per credere che avesse torto (“a 20 anni si è stupidi davvero”, ma a volte si continua benissimo su quella strada).
Quanto avrei voluto dirgli che non sono più riuscita a sentire “In morte di S.F.” dal 20 agosto 2015, sino a quando lo abbiamo ricordato con una cantata al parco con il gruppo locale dell'ANPI il 6 agosto.
Quanto avrei voluto dirgli che quella prima traccia mi ha cambiato la vita e ha iniziato a smuovere dei piccoli ingranaggi che girano tutt’ora, e che è stato solo il primo di una serie di incontri.
Eppure, sono sempre e solo riuscita a dirgli grazie fra le lacrime, mentre lui mi guardava quasi fossi un po' matta (e, forse, tutti i torti non li aveva).
Col senno di poi, però, capisco che quella parola riassume esattamente tutto quello che provo: gratitudine, per tutto e per quell’incontro nel novembre del 1996 che, partendo da un dubbio e da una risata, mi cambiò la vita per sempre.
P.S. Le foto dei nostri incontri sono una peggio dell’altra: Guccini ha gli occhi chiusi, li chiudo io, oppure faccio una smorfia o una faccia particolarmente "brillante".
Questa, nel 2012, è stata la prima che ho avuto il coraggio di farmi scattare da un'amica mentre gli chiedevo (anche qui fra molti balbettii e guance rosse come quelle di Heidi) la dedica sul CD che avrei regalato quel Natale a mio padre; se ascoltate bene, si può ancora sentire il rumore assordante di un cuore impazzito che batte così forte per l’emozione che sembra stia per esplodere.